VARIAZIONI ERNAUX
je me souviens trois hommes
Tre donne in scena per raccontarne una in cui tutte possono riconoscersi: la parola essenziale, potente e viscerale di Annie Ernaux a teatro
crediti
dall’opera letteraria di Annie Ernaux – Premio Nobel 2022 per la Letteratura
traduzioni Lorenzo Flabbi, Idolina Landolfi
da un’idea di Francesca Fava
drammaturgia e interpretazione Francesca Fava, Arianna Ninchi, Anna Paola Vellaccio
voce fuoricampo Giovanni Orlandi
regia Anna Paola Vellaccio
assistente alla regia Chiara Sanvitale
cura Giulia Basel
luci Andrea Micaroni
fonica Globster
collaborazione a costumi e oggetti Miriam Di Domenico
ufficio stampa Marzia Spanu
foto di scena Mara Patricelli
video Alessio Tessitore
grafica Clarice
produzione Florian Metateatro – Centro di Produzione Teatrale
Si ringrazia il Teatro Vascello di Roma, la Casa Internazionale delle Donne di Roma, L’Orma Editore
prima assoluta
domenica 29 settembre 2024
Teatro San Leonardo
via Camillo Benso Conte di Cavour, 9 – Viterbo
all’interno del Festival Quartieri dell’Arte
debutto
sabato 12 e domenica 13 ottobre 2024
Teatro della Tosse
Piazza Renato Negri, 6 – Genova
https://teatrodellatosse.it/eventi/variazioni-ernaux/
“Variazioni Ernaux. Je me souviens trois hommes” è nato dall’immersione delle tre protagoniste nella scrittura di Annie Ernaux, premio Nobel 2022 “per il coraggio e l’acutezza clinica con cui ha svelato le radici, gli straniamenti e i vincoli collettivi della memoria personale”.
Il primo esito di questo studio appassionato, è stato un ciclo di letture sceniche a tre voci al Teatro Vascello di Roma per la rassegna Curiosità letterarie, nell’aprile 2023, in cui è stato restituito l’io intimo dell’autrice attraverso passaggi significativi da dieci suoi romanzi. Nel 2024, al Florian Metateatro di Pescara, il progetto si sviluppa in scrittura scenica focalizzandosi su tre libri: La donna gelata (2021), Passione semplice (2013), Il Ragazzo (2022).
Ne è emersa una biografia sentimentale, segreta e tormentata, una sorta di confessione che racconta l’innamoramento congelato nel matrimonio, la dipendenza amorosa di una nuova struggente passione, e la relazione anticonvenzionale con un giovane nella maturità della scrittrice.
Sulla scena appaiono le tre età di una donna: una donna che ricorda i suoi uomini. Le storie si intrecciano in un unico ambiente: le stanze della memoria. Qui abitano le interpreti, senza mai uscire di scena e costruendo rapporti strettamente legati al dispositivo temporale: la più giovane (Arianna Ninchi), cioè la protagonista nel passato, non vede le altre due, che sono il suo futuro; la mediana (Francesca Fava) non vede la più grande (Anna Paola Vellaccio), che invece si relaziona ad entrambe.
Lo spettacolo ha debuttato al Teatro San Leonardo di Viterbo per il Festival Quartieri dell’Arte il 29 settembre 2024 e a Genova al Teatro della Tosse il 12 e 13 ottobre.
note di regia
Tutta l’opera di Annie Ernaux è autobiografica, infatti quasi tutti i suoi libri sono scritti in prima persona. Ma quanto più scende nei particolari che appartengono alla sua vita e alle sue esperienze, tanto più queste storie diventano universali, e ci si può ritrovare. Questa è la sua grandezza. La sua scrittura che appare semplice e piana è in realtà molto meditata, e accurata. Nel racconto non tralascia particolari scomodi, anzi da questi partono le sue riflessioni, rielaborazioni lucide dei sentimenti e degli accadimenti.
Gli anni, che non è scritto in prima persona, e lo si potrebbe definire un romanzo generazionale, in Francia è nelle antologie scolastiche. Lei stessa è una professoressa e ha continuato l’insegnamento anche dopo che i suoi libri hanno cominciato ad avere successo. In Francia pubblica con Gallimard, in Italia è pubblicata da L’ORMA, di Lorenzo Flabbi che ha anche tradotto quasi tutti i suoi libri.
Noi abbiamo tratto i testi da La donna gelata, in cui parla dell’incontro con suo marito e del matrimonio; da Passione semplice in cui racconta la passione ossessiva per un uomo con cui aveva fugaci incontri pomeridiani, durata due anni (ultimamente ha pubblicato i suoi diari di quel periodo dal titolo Perdersi); e infine da Il ragazzo in cui è descritta la relazione che ha avuto con un ragazzo “scoperchiatore del tempo” di quasi trent’anni più giovane di lei, relazione che termina con la stesura de L’evento, libro in cui racconta il suo aborto clandestino quando era studentessa nel ‘64, da cui è stato tratto un film nel 2021 dal titolo La scelta di Anne – L’événement, Leone d’oro come miglior film a Venezia 78.
Nello spettacolo ci sono le parole di Annie Ernaux da cui abbiamo costruito le immagini sceniche, tre sue storie con uomini diversi, in età diverse della sua vita, a cui noi attrici diamo voce. L’impianto dello spettacolo è semplice, i tre racconti si intrecciano in un unico ambiente, la nostra casa o stanze della memoria, che abitiamo senza uscire di scena, ma avendo relazioni tra noi a senso unico, ovvero la più giovane (Arianna Ninchi), cioè quella del passato, non vede le altre due che sono il suo futuro, la mediana (Francesca Fava) non vede la terza, e l’ultima che sarebbe la più grande (io, Anna Paola Vellaccio), vede e interviene sulle altre due.
Che questo gioco per far capire che si tratti sempre della stessa donna, Annie, si comprenda o meno, lo spettacolo è fruibilissimo. Le donne in particolare trovano molti spunti in cui identificarsi.
Ma attraverso la narrazione di queste vicende legate al mondo sentimentale, si possono leggere in filigrana anche i temi che Ernaux affronta più approfonditamente in altri suoi libri: il suo percorso di emancipazione sociale e culturale, dalle sue origini popolari e provinciali al suo entrare nel mondo borghese e intellettuale della capitale. La sua crescita e maturazione umana, che passa attraverso gli studi, la famiglia, il lavoro, il femminismo e l’impegno. E attraverso l’amore e la sensualità, perché nulla è disgiunto nella vita di questa donna (di ogni donna) che attraversa il ‘secolo breve’ per “scoprirsi felice di entrare sola e libera nel terzo millennio”.
Anna Paola Vellaccio
Francesca Fava
Dopo il diploma presso la scuola del teatro Stabile di Torino, debutta al teatro Argentina di Roma con Luca Ronconi. A teatro è diretta, tra gli altri, da Ruggero Cappuccio, Giancarlo Nanni, Alessandro Berdini, Pippo di Marca. Al cinema è stata diretta da Pupi Avati, Emidio Greco, in televisione da Luca Barbareschi, Sergio Rubini, Marco Barzini, in radio da Graziano Piazza. Dal 2011 è regista per il laboratorio teatrale dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.
Arianna Ninchi
Studia recitazione presso il DAMS di Bologna. A teatro è diretta, tra gli altri, da suo padre, Arnaldo Ninchi, e da Piero Maccarinelli, Antonio Calenda, Ennio Coltorti, Gianfranco Calligarich, Anna Redi, Monica Nappo, Francesco Suriano. Al cinema ha lavorato per Francesco Falaschi, Daniele Misischia, Leonardo Pieraccioni, Stefano Mordini, Filippo Bologna, Marco Spagnoli. Nel 2024 le viene assegnato il Premio per il Teatro Franco Cuomo International Award X edizione.
Anna Paola Vellaccio
Laureata con lode al Dams di Bologna, debutta in teatro con il Florian Teatro Stabile di Innovazione di Pescara, con cui collabora costantemente. A teatro è diretta tra gli altri da Claudio Collovà, Giorgio Marini, Enrico Frattaroli, Roberto Latini, Fabrizio Arcuri, Pippo Di Marca, Gianluca Iumiento, Maurizio Scaparro, al cinema da Alex Infascelli, Emidio Greco e in televisione da Donatella Maiorca, in radio con Marco Baliani. Nel 2023 ha ideato, diretto e partecipato in scena “La Scuola di Herat in esilio” con un gruppo di studentesse afghane della Sapienza Università di Roma, rappresentato in diversi luoghi in Italia.
Annie Ernaux
Nata a Lillebonne nel 1940 è una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese. Considerata un classico contemporaneo, è amata da generazioni di lettrici e lettori. Nel 2022 è stata insignita del Premio Nobel per la letteratura. Ha esordito con il romanzo Les armoires vides (1974; trad. it. 1996), cui ha fatto seguito una vasta e raffinata produzione dove i temi intimisti si alternano e si intrecciano a potenti sintesi storiche e sociologiche. Citiamo: La femme gelée (1981; trad. it. 2021), La place (1983; trad. it. 2014), Une femme (1988; trad. it. Una vita di donna, 1988), Je ne suis pas sortie de ma nuit (1997; trad. it. 1998), La honte (1997; trad. it. 2018), L’événement (2000; trad. it. 2019), Se perdre (2001; trad. it. 2023), Les années (2008; trad. it. 2015, Premio Strega Europeo 2016), L’autre fille (2011; trad. it. 2016), Regarde les lumières mon amour (2014; trad. it. 2022), Mémoire de fille (2016; trad. it. 2017) e il racconto Le jeune homme (2022; trad. it. 2022).
Florian Metateatro
Il Florian Metateatro Centro di Produzione Teatrale per la ricerca e sperimentazione è un organismo riconosciuto e sostenuto dal MiC-Ministero della Cultura fin dal 1980, dalla Regione Abruzzo e dal Comune di Pescara, città dove ha la sua sede, diretto da Giulia Basel con la codirezione di Pippo Di Marca e Massimo Vellaccio.
Il Florian Metateatro opera nel campo della creazione artistica e della promozione culturale, attraverso produzioni e programmazioni di teatro contemporaneo e d’autore che hanno visto susseguirsi i maggiori nomi del teatro di ricerca italiano e non solo (basti citare Leo De Berardinis, Sandro Lombardi, Roberto Latini, Emma Dante, Marco Baliani, Remondi e Caporossi, Carlo Quartucci, Serena Sinigaglia, Babilonia Teatri, Tagliarini/De Florian, Motus, Muta Imago, Franco Dragone, Bruce Myers, Judith Malina) e con progetti di ospitalità e residenze a sostegno delle compagnie più giovani.
A partire dal 1998 il Florian dedica una sempre maggiore attenzione anche nei confronti del teatro per l’infanzia e la gioventù sia attraverso un lavoro di ospitalità che di produzione. Con le sue molteplici attività il Florian Metateatro si configura come sicuro punto di riferimento per il nuovo teatro, e non solo, nel Centro-Italia Adriatico.
Dal 2018 è riconosciuto dal MiC e dalla Regione Abruzzo, titolare della Residenza per Artisti OIKOS.
Suoi spettacoli sono stati invitati e presentati in importanti manifestazioni e Festival Internazionali quali La Biennale di Venezia, Napoli Teatro Festival Italia, Avignon Festival In, Taormina Arte, Festival d’Automne Parigi, Città Invisibili Stoccolma, FITA Festival di Theatre Action in Belgio e in Francia con una coproduzione Florian e Thèatre du Campus, MittelFest di Cividale, Festuge Odin Teatret di Holstebro Danimarca, Università di Toronto e Hamilton Canada, FILO di Londrina Brasile, Salisburgo-Istituto Italiano di Cultura, Parigi-Théatre du Rond-Point, Festival de Otoño di Madrid, Festival Corti-Au bord de l’eau di La Louvière Belgio, tournée in Croazia e Slovenia in coproduzione col Teatro Nazionale di Fiume.
Paolo Verlangia su TeatriOnline
VARIAZIONI ERNAUX è lo spettacolo che apre la quarta edizione della rassegna “Femminile Plurale (l’arte delle donne)” del Florian Metateatro.
Un lavoro basato su di una drammaturgia elaborata di concerto dalle tre attrici, che noi spettatori vediamo sul palco quando l’azione ha inizio e che non ci abbandoneranno più. Francesca Fava, Arianna Ninchi e Anna Paola Vellaccio abitano un palcoscenico tanto concreto e realistico quanto diafano, simbolico.
La scena è ordinata, seducente all’occhio e al contempo colma, tanto da prescrivere con precisione i movimenti: un letto sul fondo in posizione centrale carpisce lo sguardo, mentre in primo piano emergono due postazioni simmetriche, per posizione e per significato. Perché ciò che sembra un interno borghese, un ambiente unitario, è in realtà uno spazio mentale, un luogo plurimo. Una stanza del tempo, dove la memoria procede per salti.
Gli oggetti e gli arredi sono quasi amuleti che contengono e rifrangono le tre età dell’io, di una donna che non risponde ad una realtà finzionale, che bensì dichiara assertivamente la propria identità, rivendica se stessa più che confessarsi. Annie Ernaux (Nobel per la Letteratura 2022) è d’altronde una delle rappresentanti paradigmatiche dell’autofiction, genere che caratterizza significativamente il nostro tempo e che anima il dibattito letterario degli ultimi anni.
Una scrittura fortemente personale, con cui l’autrice stabilisce un rapporto diretto tra sé e il suo pubblico. Ecco che allora la messinscena teatrale viene a svolgere un ruolo peculiare e delicato, intervenendo e intermediando in un territorio che nasceva nudo, “disintermediato”. Una sfida, da vincere solo a patto di voler giocare con audacia.
Qui sta il pregio dell’impianto di questo spettacolo, che prende forma interpolando un trittico delle opere di Ernaux: “La donna gelata”, “Passione semplice” e “Il ragazzo”. Il piano tattile della scena rivela progressivamente un aspetto liquido, da cui emerge di volta in volta lo scorcio di un multistrato, che è più reale del realismo fotografico, della “raccontabilità” lineare.
Superando a piè pari la tentazione di una messinscena di narrazione, la scrittura di Ernaux trova la sua effettiva teatralità, elaborata dai vuoti, dalle sottrazioni che dialogano con la molteplicità delle interpreti. Ciò che lega le tre attrici in scena è paradossalmente assente tanto quanto innegabile: la relazione sentimentale, intrecciata con tre uomini in tre distinte fasi della vita di Annie, diviene esperienza di autoconoscenza e di costruzione di sé, mentre la scrittura si fa corpo, prassi quotidiana e farmaco salvifico, che cura e rigenera.
Laura Mariani ripensando “Variazioni Ernaux”
L’ho visto il 22 marzo a Teatri di Vita, a Bologna, spinta dal desiderio di vedere in scena Francesca Fava, che ho conosciuto anni addietro come studiosa.
Ripensandoci, sovrappongo Ernaux a Colette di cui ho letto quasi tutto come hanno fatto Francesca Fava, Arianna Ninchi e Anna Paola Vellaccio con Ernaux. Che siano le scrittrici francesi a saper raccontare meglio di tutte queste storie di ordinaria vita femminile, in cui dominano l’amore, gli uomini, quello che conta di più anche se non entra nella Storia, lo svolgersi dei destini e le relazioni affettive? Guardano le donne da fuori e da dentro a partire da se stesse, e sanno restituirle con una semplicità che nasconde la complessità: una capacità di penetrazione nutrita dalla passione per la scrittura che diventa necessità quotidiana, abitudinaria, per vivere veramente.
Penso anche alla celebre lettera di Eleonora Duse sulle donne delle sue commedie, con cui lei se la intende “benissimo” fino a creare un “ricambio affettuoso, inesplicabile”: «Io mi metto con loro e le frugo frugo non per mania di sofferenza ma perché il compianto femminile è più grande e più dettagliato, è più dolce e più completo di quello che ne accordano gli uomini», scrive.
Ho risentito queste atmosfere nello spettacolo. Il rapporto profondo con la scrittura e il mondo di Annie Ernaux. Il ricambio di Arianna Ninchi con la giovane donna delusa dal matrimonio e salvata dalla scrittura (dal racconto La donna gelata); il ricambio di Francesca Fava con la donna seducente in perenne attesa dell’amante adultero (da Passione semplice); il ricambio di Anna Paola Vellaccio con la donna matura che diventa l’amante di un ragazzo, con una consapevolezza che la porta ad affrontare il passato e a scegliere la scrittura (da Il ragazzo). «Je me souviens trois hommes» recita il sottotitolo dello spettacolo: in realtà è uno solo, una voce, un’assenza che vive nella testa delle tre donne.
Tre età, tre donne, tre vite. La scelta drammaturgica e registica di metterle in scena insieme, di affiancarle paratatticamente in uno spazio essenziale con pochi oggetti altamente espressivi (il grande letto centrale, le macchine da scrivere, gli alimenti…), in autonomia ma creando fili sottili, quasi invisibili, e per questo più suggestivi, agevola il salto difficile dalla ‘normalità’ di ogni singola storia, in cui apparentemente si incarna uno stereotipo maschile sulle donne, alla creazione di un mondo dove l’indicibile della Storia, su cui tanto ha scritto Lea Melandri, si libera e svelandosi crea poesia.
Merito delle tre interpreti e della regia di Vellaccio: al servizio di Ernaux e delle attrici, per far parlare i sentimenti, per far risuonare le emozioni che giungono dalla platea.
Letizia Chiarlone su teatroecritica
Frutto della fusione sapiente tra tre “racconti” a carattere romanzesco e autobiografico, scritti dalla vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura 2022, Annie Ernaux – da cui il titolo –, Variazioni Ernaux si presenta come una narrazione in sequenze alternate. I tratti che compongono la ricorrente codipendenza affettiva della protagonista, come variazioni in un tema musicale, vengono distribuiti su tre voci (Francesca Fava, Arianna Ninchi, Anna Paola Vellaccio) che la colgono in momenti molto diversi della sua vita: dalla gioventù segnata da un matrimonio precoce e sogni rinchiusi in un cassetto, a una piena età adulta di riscoperta di una forza passionale tale da ingabbiare, fino a una maturità rifiutata nel perseguire una relazione con un uomo di trent’anni più giovane. Essenziali gli elementi che abitano la scena: un tavolino con sopra un telefono fisso che non squilla mai, funesto memento di una chiamata mai ricevuta; un letto con coperte satinate dove si consumano intensi pomeriggi di passione e si rievocano momenti di intimità passati, alla luce di un abat-jour; un tavolo da cucina plasticoso su cui sono disposti oggetti che appartengono a una vita coniugale non voluta, ma anche libri e una macchina da scrivere, che in sé costituiscono un tenace aggrapparsi ai rimasugli della propria ambizione. A fare da contraltare, una voce maschile registrata e incorporea, presenza-assenza ingombrante di un uomo, che sia un marito che non collabora in casa pur predicando la parità dei sessi, o uno straniero affascinante con cui intrecciare un rapporto clandestino, o ancora, un ragazzo sbarbato che non restituisce che la duplicità di una vita già vissuta. Ernaux non rinnega la sua esperienza passata, l’amore che si fa collana di perle stretta intorno al collo come un cappio, e il modo in cui l’ha avvicinata al limite che la separa dall’altro, ma ne fa tesoro, per “entrare nel secondo millennio da donna forte e libera”, non dalla possibilità di innamorarsi ancora, ma dalla schiavitù nei rapporti. E riappropriarsi, così, di quel collier, che torna ad essere un semplice bijoux.
Alessandro Poggiani su agrpress.it
In un panorama narrativo contemporaneo che fonde, amalgamandoli fra loro in maniera superlativa, registri linguistici differenti con uno stile ricco di poesia, nel disagio dei tempi moderni e nell’umana solitudine operano tre donne (in realtà una in differenti fasi della vita nel corso di circa trentacinque/ quarant’anni) che inizialmente potrebbero erroneamente apparire come rassegnate ed in balia di un’ineluttabile casualità del destino che aleggia su di loro. Personaggi che riflettono mancanza di radici ed un perenne senso di smarrimento e di precarietà, come se fossero sempre molto vicini al perder qualche cosa. Figure che viaggiano in solitudine, forse inconsciamente consapevoli del fatto che nella vita, fra un passato che non c’è più, un presente incerto, ed un futuro che appare ancor più incerto – e che forse mai si riuscirà ad afferrare a pieno – in fondo si è soli al mondo, e su differenti vie.
Personaggi con una vita contraddistinta da profonde contraddizioni interne ed apparentemente vinti dalla vita e dalle sue avversità. Tuttavia, riusciranno ad emergere e ad avviare un percorso di crescita, di sicurezza in se stesse e di liberazione personale. Il marito, che appare solo sotto forma di voce off, è una figura piuttosto squallida e che, sia pur involontariamente, finisce con l’essere un opportunista e manipolatore che, fin dai primissimi anni di matrimonio, fa sentir la moglie continuamente inadeguata.
Immerse nelle paradigmatiche difficoltà del secondo Novecento, che assorbono i personaggi come delle sabbie mobili, le vicende vengono messe a confronto (sia pur in epoche differenti). Perché riuscire a tenersi in equilibrio non è affatto facile; è come camminare su un filo. Fra colpi di scena e drammatiche rivelazioni, fra sogni e sentimenti, e il dilemma sulla scelta fra perdere la libertà o la capacità di amare, lo spettacolo, una scena dopo l’altra, con la sua atmosfera qua e là onirica e quasi bergmaniana, e descrivendo un’epoca in cui le donne cercano di non smarrir mai la coscienza di sé, si rivela sempre più ricco di dettagli, sfumature, sottigliezze ed introspezione psicologica. E sempre più attraversato da una vena di malinconica nostalgia. Quel che è stato e sarebbe potuto essere; quel che è stato e che non sarebbe dovuto avvenire; quel che è stato e non sarà mai più.
Uno spettacolo che scava nel profondo, ed è proprio lì che colpisce lo spettatore. In un luogo che è nel profondo di ognuno di noi, dove nuotano i nostri fantasmi. E dove tornano, come in una danza, i volti dal passato, regalando, nello stesso tempo l’inconfondibile profumo dell’opera che aiuta a volare alto, alla continua ricerca della libertà. Un’opera straordinariamente moderna nella sua capacità di far levitare lo spiazzamento continuo, di metter tutto in discussione, di indossare e togliere la maschera, di esser saldamente ancorata a terra – seguendo il cosiddetto “principio di realtà” – e nello stesso tempo di sfidare le leggi della gravità, librandosi in aria per volar via nel cielo di una rinascita e nella speranza di una nuova vita (magnificamente rappresentata dalla donna più grande, la quale, dopo le numerose vicissitudini affrontate nel corso degli anni, entra nel terzo millennio sola, libera e finalmente felice).
Uno spettacolo in cui un po’ tutto funziona: i testi (raffinati, delicati, mai ridondanti – cosa tutt’altro che facile quando vengono affrontati argomenti di questo tipo – ed in grado di far riflettere e di scuotere positivamente lo spettatore); la regia di Anna Paola Vellaccio; la scenografia (indimenticabile il ruolo di alcuni oggetti – su tutti la macchina per scrivere – come simboli della lotta femminile per conquistare, e soprattutto conservare, la libertà – sia di agire sia di pensiero – e l’indipendenza); le già citate atmosfere oniriche; le superlative performances delle tre interpreti – Arianna Ninchi, Francesca Fava e la stessa A. P. Vellaccio -, impegnate in una gara di bravura in cui provare a stabilire una “vincitrice” sarebbe impresa a dir poco ardua (volendo usare un generoso eufemismo), nonché del tutto superflua (vista la grande riuscita dello spettacolo).
Ovviamente qualcuno potrebbe obiettare che, come in tutte le cose di questo mondo, anche la messinscena di Variazioni Ernaux. Je me souviens… trois hommes potrebbe avere qualche difetto. Potrebbe esser logico immaginarlo. Non è da escludere, ma la sostanza, la fluidità e l’impatto del tutto sullo spettatore fanno sì che cercarli (e soprattutto trovarli) si rivelerebbe un’impresa altrettanto ardua. Una pièce in cui si respira l’inconfondibile profumo dell’opera che va a sfiorar la perfezione; del piccolo gioiello.
Luca Francesco Laviola su SoloLibri.net
“Non sei un maschio! Quando imparerai a pisciare in piedi nel lavandino del bagno ne riparleremo!”.
I francesi sono più celebri per la cultura e le rivoluzioni che per l’igiene personale, ma la frase fuori campo di un giovane uomo dalla voce di un vecchio piomba come una scudisciata sulla faccia della ragazza sposa Annie. Il patriarcato non uccide solo i corpi. Ben prima l’autostima di una donna che si immagina intellettuale e indipendente con un compagno-amico su un piano di parità fin dall’università. “Con una sola parola si può uccidere una enorme quantità di futuro in un giovane”, ha scritto Hermann Hesse. Più difficile che avvenga se la moglie imprigionata in stereotipi maschilisti è una molto di là da venire Nobel per la letteratura 2022, che sul palcoscenico del Teatro di Villa Lazzaroni a Roma appare in tre età diverse della vita impegnata a combattere prima di tutto il potere maschile annidato subdolamente dentro di sé.
‘Variazioni Ernaux – Je me souviens trois hommes’ – vi vengono in mente quelle Goldberg di Bach? -: la protagonista una e trina ricorda uomini “che ti sono piaciuti”, canterebbe Paolo Conte. Arianna Ninchi disegna il ritratto controllato fino all’esplosione della scrittrice da giovane.
Francesca Fava – coautrice con le altre due della pièce da testi della romanziera francese – è l’Annie adulta alle prese con un amante tanto irresistibile quanto sfuggente, ‘Donna spezzata’ alla Simone de Beauvoir.
Anna Paola Vellaccio – regista in scena – la matura e pigmalionica compagna di un ragazzo di trent’anni più giovane.
Canzoni romantiche e laceranti, anche americane, scandiscono il percorso di formazione di una personalità fuori dal comune, che si libera dei lacci dell’educazione tradizionale e con la cultura e soprattutto la passione amorosa – a cui mai abdica – vince il dolore. Al centro del palco si staglia un letto alcova.
Uno spettacolo che fa ammutolire ammirati e imbarazzati noi uomini (un commento inconsapevole ad alta voce e uno sbadiglio hanno rotto il buio), che forse ormai in pochi sogniamo di essere amati e di amare così. Alla donne, soprattutto alle ragazze, farà magari venir voglia di leggere Ernaux – ‘Gli anni’, ad esempio – e di liquidare pur con fatica di Sisifo il patriarcato dentro di sé. Anche per rendere più difficile ogni femminicidio.
Tania Turnaturi su TeatriOnline
Tre opere della Premio Nobel per la Letteratura 2022 Annie Ernaux, condensate in una drammaturgia che esplora il legame fisiologico e vitale dell’autrice francese con la scrittura.
Tre donne in scena per raccontare, in parallelo, tre esperienze di vita. Della vita di Ernaux, poiché tutta la sua opera è autobiografica, ma universali poiché rispecchiano il vissuto di intere generazioni.
“La donna gelata”, uscito nella traduzione italiana di Lorenzo Flabbi per L’Orma editore nel 2021, analizza il ruolo della donna ancorato a schemi tradizionali nella famiglia borghese degli anni Settanta. Pubblicato in Francia nel 1981, suscitò molte polemiche poiché si ritenevano consolidate le conquiste dei movimenti femministi.
Cresciuta nella provincia francese degli anni Quaranta, in una famiglia sganciata dai ruoli e una figura materna che la educa alla libertà, la scrittrice sperimenterà che il mondo è dominato dagli uomini. Col matrimonio crolla la convinzione che la cultura l’avrebbe protetta da tutto, anche dal potere maschile. La gabbia coniugale è opprimente anche socialmente e condanna l’autrice alla glaciazione dell’interiorità e del desiderio.
L’arrivo di un figlio aumenta il divario dei ruoli, facendo esplodere il senso di alienazione per l’impossibilità di coltivare una rete sociale, come invece è consentito al marito.
La spietata radiografia della coppia è un manifesto sociale sulla disparità di genere e anche sulla differenza di classe, tra donne operaie appartenenti al ceto d’origine di Ernaux e donne della classe borghese, cui apparterrà in seguito.
In “Passione semplice” un amante, sposato, appare e scompare a piacimento mentre lei riempie l’attesa con rituali ossessivi. “Non avevo altro avvenire che la prossima telefonata d’appuntamento”, scrive Annie Ernaux, rivelando la sua dipendenza emotiva da A. È una passione, fatta di sesso e dissociazione dalla realtà. Nel tempo fra due incontri, tutto riconduce a lui, niente più ha significato, nemmeno i figli. Tra la presenza di A. e l’assenza solo il dolore al pensiero dell’abbandono, che aumenta ulteriormente il desiderio. Quando l’idillio finisce, Annie ne coltiverà il ricordo trasformando in parole le sensazioni vissute. Così la passione si fa scrittura per raccontare la società, per collegare, come sempre accade nei romanzi di Ernaux, esperienza individuale e universale.
A maggio 2022 esce in Francia da Gallimard “Le jeune homme”, che racconta la relazione di una cinquantenne con un ragazzo più giovane di trent’anni. Abbattendo il cliché della donna matura e benestante che vive un amore per un ragazzo squattrinato che tradisce la fidanzata, la Ernaux dichiara che il rapporto è equilibrato perché alla dedizione di A. nei suoi confronti lei corrisponde con regali e viaggi: “mi sembrava un accordo equo, un buon affare, tanto più che ero io a stabilirne le regole”.
Per lui la scoperta della letteratura e delle abitudini borghesi, per lei il gusto di riassaporare i rapporti sociali e sessuali della giovinezza trascorsa.
Il rapporto la spinge a sfidare le convenzioni, gli sguardi di disapprovazione dei passanti, i giudizi malevoli: “lo sguardo dei clienti del tavolo accanto al nostro […] ben lontano da provocarmi vergogna, rafforzava la mia determinazione a non nascondere quella relazione”.
La consapevolezza che il ragazzo rappresenta un futuro che a lei è precluso, le dà la misura dell’impossibilità di quell’amore.
L’autrice compara il piacere sessuale con quello della scrittura: “spesso ho fatto l’amore per obbligarmi a scrivere”, fino a concludere che non esiste piacere superiore a quello di scrivere un libro.
Francesca Fava, Arianna Ninchi e Anna Paola Vellaccio portano in scena le parole di Annie Ernaux, elaborandole dai tre momenti diversi della sua vita, intrecciandole e ambientandole in una casa della memoria, alternando il proprio racconto ma contemporaneamente presenti sul palcoscenico. Ciascuna vede se stessa più giovane: l’amante matura vede le altre due, l’innamorata ossessiva vede solo la più giovane, la moglie delusa non le vede entrambe.
Anna Paola Vellaccio, che cura anche la regia, incarna la donna âgée con una morbidezza corporea plasticamente suadente. Francesca Fava è nevroticamente attraversata da singulti di passione e frenesie maniacali per il misterioso uomo. Arianna Ninchi attraversa tutte le fasi del passaggio dalla giovane studentessa che sogna un roseo futuro, alla donna con marito maschilista e due figli piccoli che delimitano il suo raggio d’azione. E il suo viso, che inizialmente irradia la luce della realizzazione di sé, trascolora in un’espressione di crudele disillusione, mentre indossa il grembiule, raccoglie i capelli e si appresta a cucinare appuntandosi sul petto due fiocchi azzurri. Nel finale, il fil rouge tra le tre età della donna sarà una collana di perle.
Dalle note di regia: “Attraverso la narrazione di queste vicende legate al mondo sentimentale, si possono leggere in filigrana anche i temi che Ernaux affronta più approfonditamente in altri suoi libri: il suo percorso di emancipazione sociale e culturale, dalle sue origini popolari e provinciali al suo entrare nel mondo borghese e intellettuale della capitale. La sua crescita e maturazione umana, che passa attraverso gli studi, la famiglia, il lavoro, il femminismo e l’impegno. E attraverso l’amore e la sensualità, perché nulla è disgiunto nella vita di questa donna (di ogni donna) che attraversa il ‘secolo breve’ per ‘scoprirsi felice di entrare sola e libera nel terzo millennio’ ”.
Intervista di Sara Durantini ad Arianna Ninchi su MOREL – voci dall’isola
“È per mancanza che diciamo le cose, la mancanza di vivere, la mancanza di vedere.” Così Marguerite Duras, durante le riprese di Agatha, sulla spiaggia di Trouville, in quel freddo marzo del 1981, immortalata da Jean Mascolo e Jérôme Beaujour in quello che sarebbe poi diventato il documentario Duras filme.
Ed è a queste parole che ho pensato a proposito della scrittura fotografica di Annie Ernaux: immagini che, spesso, in alcuni libri, dove l’autobiografia si intreccia con un’analisi sociologica e collettiva dell’esperienza, non compaiono. Immagini inesistenti che, tuttavia, vengono immortalate dalla scrittura, la quale dona loro un’aura di materialità eterna, facendole assurgere a simbolo di evento, punto focale da cui si dipana la narrazione. Una narrazione che rompe le frontiere tra realtà, memoria e racconto, trasformando ogni frase in un frame cinematografico, in un momento di pura presenza teatrale. La parola diventa gesto e il gesto memoria.
La scrittura di Annie Ernaux, nel suo farsi cinematografica e teatrale, ha inevitabilmente attirato l’attenzione proprio di quei linguaggi che ne condividono la vocazione visiva e il potere di incarnazione: il cinema e il teatro.
L’impiego di un lessico e di tecniche proprie della fotografia, del cinema e del teatro rappresenta forse la più persistente forma di sovversione delle convenzioni narrative. Già dalle prime opere, Ernaux adotta flashback e scissioni testuali che producono effetti simili alle dissolvenze cinematografiche, come se la pagina fosse lo schermo su cui la memoria si proietta e si dissolve. Tecniche di narrazione che si riscontrano nei testi successivi e che si affinano con il tempo. Penso a opere come Gli Anni e prima ancora La donna gelata, ma anche a libri successivi, come Memoria di ragazza, L’evento… Opere nelle quali risulta evidente il passaggio da una memoria verbale a una memoria visiva. In questa tensione verso l’immagine, Ernaux sviluppa il quotidiano come in camera oscura, lasciando che la parola restituisca la luce residua delle cose. Pagine, quelle di Annie Ernaux, che hanno ispirato artisti visivi, registi e interpreti teatrali, generando letture sceniche, installazioni e adattamenti cinematografici che ne hanno ampliato l’eco e la portata.
In questa intervista, Arianna Ninchi ci conduce tra le pagine di alcune opere di Annie Ernaux che ha portato in scena a teatro, come solista e insieme alle colleghe Francesca Fava, Anna Paola Vellaccio e con la partecipazione di Giulia Basel. Dal suo percorso artistico al lavoro dietro Variazioni Ernaux. Je me souviens… trois hommes, spettacolo dedicato all’opera e al pensiero di Annie Ernaux, Ninchi ci mostra come la parola possa farsi corpo, gesto e memoria condivisa.
Il tuo percorso artistico attraversa recitazione, scrittura, letture sceniche. Come fai a capire quando un’idea va sviluppata come spettacolo piuttosto che come lettura o progetto “ibrido”?
Penso che nelle mie scelte artistiche conti moltissimo l’istinto, alla fine. Quando sento un richiamo forte, qualcosa che mi risuona in un libro che leggo o qualcosa che mi affascina in una storia che ascolto, mi impegno per trovare delle opportunità di condivisione, per cercare di diffondere il più possibile, e con ogni mezzo, ciò che mi è parso importante o comunque interessante. È vero che nutro una predilezione per le letture sceniche: le vedo come un’occasione magnifica per saggiare la tenuta e la riuscita di un testo. E per dare magari spazio alla nuova drammaturgia. Poi, certo, mi piace sognare che tanti testi, che interpreto “solo” al leggio, possano trovare la via per un allestimento, per una messa in scena vera e propria. Il più delle volte ci sono ostacoli di natura economica, purtroppo. E allora, per tornare alla tua domanda, credo che, oltre all’istinto, ci sia l’ostacolo, che mi guida.
Nel processo di creazione, quanto peso dai all’elemento visivo (scena, movimento, silenzio) rispetto alla parola? C’è un equilibrio che cerchi specificamente?
Mi sono avvicinata alle scene studiando teatrodanza con Anna Redi, a Bologna. È stata lei a indirizzarmi verso la parola. E non è stato un approdo facile. Ricercando, cimentandomi in metodi diversi, ho trovato una mia via per incarnare il testo senza i rischi dell’enfasi, che a teatro sono sempre dietro l’angolo. A questo punto del mio percorso ho trovato forse anche uno stile. Resta il fatto che, anche quando sono sola in scena per interpretare un monologo, mi vedo come la rotellina di un ingranaggio. Credo che sia il lavoro d’équipe che consente al sogno di realizzarsi. E allora le luci, le scene, gli arredi, i costumi sono importanti tanto quanto la parola. Nell’equilibrio ha molto peso anche il silenzio. Per conquistarlo, mi è stato utilissimo lavorare su Duras e su Fosse.
In Variazioni Ernaux avete scelto di concentrare il materiale su tre opere: La donna gelata, Passione semplice, Il Ragazzo. Qual è stato il criterio di selezione? Ci sono altri libri di Ernaux che hai sentito affini e che hai scartato?
Con Francesca Fava e Anna Paola Vellaccio, siamo giunte alla messa in scena di Variazioni Ernaux. Je me souviens… trois hommes dopo una prima fase di reading per la rassegna “Curiosità letterarie” del Teatro Vascello di Roma. Al termine di quel percorso, che ci aveva viste in scena per quattro serate nel marzo 2023, avevamo sentito il desiderio di portare avanti quel nostro studio sull’opera di Ernaux. Una sensazione era fra noi comune: rispetto al discorso sui luoghi d’origine e sull’educazione, la proposta della vita sentimentale e intima dell’autrice aveva avuto più presa sul pubblico. Quindi, pensando ad un allestimento, ci siamo orientate sui tre romanzi che dici, ma prima ne avevamo letti una dozzina, e c’era stato un gran lavoro di evidenziatori e matite e gomme per ognuno di essi, ecco.
Conoscevo già Ernaux per Il posto e quel racconto delle sue radici mi aveva affascinato molto, lo avevo sentito affine, appunto. Così come poi mi ha affascinato tantissimo Gli anni, che siamo riuscite ad integrare al lavoro pregresso proprio di recente, sempre al Teatro Vascello, grazie alla proposta ibrida “Noi e Annie”, in una serata tra reading e monologhi, che ha coinvolto anche una quarta attrice, Giulia Basel.
Il testo di Ernaux è molto sobrio, spesso “spoglio” nelle sue parole. Come hai lavorato per non “riempirlo troppo” in scena, mantenendo l’economia emotiva della scrittura?
Ne La donna gelata, il romanzo di cui, con gioia, io mi faccio carico, Annie racconta gli anni dal fidanzamento al divorzio. È un testo che mi sembra interessante per tante ragioni, ma soprattutto perché segna un passaggio chiave nell’esistenza e nella scrittura di Ernaux. La troviamo in una fase della vita in cui, mentre si osserva smagrita per via dell’ansia e della fatica di fare tutto comme il faut, attorno a lei la famiglia, la casa, gli oggetti, le difficoltà si accrescono, si allargano. Qui la sua scrittura non è ancora sobria e spoglia. O meglio, via via lo diventa, fino a farsi poeticamente rarefatta e sublime nel finale, che amo, con quei fermo immagine sulle facciate dei palazzi e sulla fontana ghiacciata, nell’inverno del suo scontento di donna, appunto, gelata. In scena, allora, la mia giovane Annie è un po’ meno sobria, e anzi per molti versi “più carica”, rispetto alle altre che verranno. E penso sia affascinante, per il pubblico, vedere come, ne Il ragazzo, la donna adulta integri le altre Annie, che è stata.
Nella drammaturgia condivisa con Francesca Fava e Anna Paola Vellaccio, qual è stato il tuo “apporto specifico” e come ti sei interfacciata con le tue colleghe, come si è intrecciato il vostro lavoro?
Nell’adattamento abbiamo scelto di restare assolutamente fedeli ai testi e inizialmente ognuna di noi ha avuto il suo romanzo su cui lavorare in solitudine. Poi è stato fondamentale il confronto: ci ha viste leggere e rileggere ad alta voce, per capire dove andare a limare e a sottrarre, per giungere a una versione del copione che ci soddisfacesse.
Questo lavoro ha preso molto tempo, anche perché non mancavano le diversità di vedute, ovviamente. E non si è certo arrestato al tavolino: durante le prove in piedi, infatti, abbiamo introdotto grossi cambiamenti a livello di montaggio delle scene.
Lo spettacolo è prodotto dal Florian Metateatro di Pescara, che ci ha ospitate in residenza in diversi periodi del 2024. Penso che il tempo, intercorso tra una fase e l’altra, sia stato particolarmente utile al fine di comprendere, con la giusta distanza e in profondità, tante cose. Approfitto di questa tua intervista, Sara, per ringraziare il Florian, e anche Lorenzo Flabbi e L’Orma editore per la fiducia e la disponibilità.
Lo spettacolo mette in dialogo tre momenti della vita di una donna, tre relazioni con uomini diversi. Come avete gestito la coerenza di soggettività per evitare che il pubblico percepisca tre figure separate anziché un’unica identità che si trasforma?
Arianna Ninchi: Ci siamo interrogate a lungo al riguardo. Siamo tre tipi di donna che non potrebbero essere più diverse fra loro! Cosa che mi diverte molto. Ma penso diverta anche Francesca, che mi sta giusto chiamando al telefono. Le rispondo, così magari può dire qualcosa anche lei, che nello spettacolo si fa carico del racconto tratto da Passione semplice. Ovviamente sia lei che Anna Paola sono felici di questa intervista. E tutte ti ringraziamo per la disponibilità ma soprattutto perché la tua biografia su Ernaux, durante lo studio, è stata per noi una fonte di ispirazione.
Francesca Fava: Sì, Sara, e ti vogliamo in prima fila a fine novembre al Teatro di Villa Lazzaroni! Siamo lì dal 28 al 30, mettilo in agenda, mi raccomando! Intanto, per rispondere a questa domanda, ti posso dire che abbiamo dato dei segni comuni (come la collana di perle, la tazza, il diario) e delle movenze comuni alle nostre tre Annie nelle loro età diverse. Inoltre, come è ben spiegato da Anna Paola nelle note di regia, abbiamo delle relazioni tra noi, anche se a senso unico: la più giovane (Arianna), cioè l’Annie del passato, non vede le altre due che sono il suo futuro; la mediana (io, Francesca) non vede la terza; e l’ultima, che sarebbe la più grande (Anna Paola), vede e interviene sulle altre due, fisicamente con azioni e oralmente con riflessioni sagge e argute. Che poi questo gioco, per far capire che si tratta sempre della stessa donna, si comprenda o meno, non ha in realtà troppa importanza.
Arianna Ninchi: Qui mi inserisco di nuovo, per dire che sono assolutamente d’accordo con quest’ultima affermazione. Chi conosce l’opera di Ernaux ovviamente sa che lei scrive sempre di sé per parlare alle altre di loro stesse e di conseguenza saprà cosa aspettarsi dallo spettacolo. Chi non l’ha mai letta e ci viene a vedere a teatro, troverà certamente molti spunti in cui identificarsi. Che poi è ciò che più ci preme, per restare in linea con il sentire proprio di Ernaux. E con quello del suo imprescindibile punto di riferimento, Simone de Beauvoir.
Dopo avere messo in scena Variazioni Ernaux, hai ricevuto reazioni del pubblico che ti hanno sorpreso, o che ti hanno spinto a modificare qualcosa? Qualcosa che in prova sembrava chiaro ma dal vivo ha assunto un’altra forma?
Arianna Ninchi: A Bologna sono state di certo stimolanti le riflessioni di Laura Mariani e di Roberta Gandolfi, docenti di Storia del Teatro e storiche delle donne. Oltre ad avere molto apprezzato il nostro lavoro, Mariani è stata anche felice nel vedere le nostre Annie intente a scrivere sul journal, in quella che è una pratica da sempre feconda per le scrittrici francesi. Sempre a Bologna, mi hanno molto divertita le suggestioni musicali dell’amico giornalista Eddy Anselmi. E sarebbe bellissimo farne buon uso in una nuova tappa del nostro studio su Ernaux. Vedremo… Tornando con la mente al debutto a Viterbo, invece, ora che ci penso, è proprio dopo esserci confrontate con persone del pubblico, che non avevano letto Ernaux, che abbiamo deciso di rafforzare la coerenza di soggettività, di cui si parlava sopra. A Genova invece ci aveva meravigliosamente aperto la strada la colta e generosa presentazione su Repubblica di Erica Manna. Ricordo che anche le sue riflessioni sull’opera di Ernaux ci avevano molto colpite.
Francesca Fava: Io ho trovato interessante la reazione di un mio amico francese, Jean Pierre Darnis, che è professore di storia in Italia: era molto prevenuto, sia perché considera Ernaux un’autrice ostica, pessimista e difficile, sia perché aveva trovato la recitazione dei suoi libri da parte di attrici francesi troppo intimista, poco fisica, poco coinvolgente. È rimasto molto sorpreso al Vascello, nel vedere che noi, forse perché più mediterranee, restituiamo il piglio vitale dell’autrice, rendendo, a suo dire, più gradevole la fruizione per il pubblico.
Arianna Ninchi: Riprendo la parola per aggiungere che Jean Pierre si è molto stupito anche per l’ironia, che qua e là emerge nelle nostre interpretazioni. Ernaux è molto più seriosa, ci faceva notare. Chissà come reagirebbe lei nel vedere il nostro spettacolo? Invitiamola a Roma!
Pensando alla lettura scenica tratta da L’evento qual è stato il tuo rapporto con il testo durante il lavoro e successivamente sul palco?
Mi sono trovata ad affrontare L’evento per l’ultima delle serate di “Curiosità letterarie” al Vascello. Era una data non prevista, aggiunta in corso d’opera e, di noi tre, solo io potevo esserci. Ho accettato, anche lì, per istinto. Ma ero terrorizzata perché quel libro era stato per me sconvolgente. E ricordavo di aver provato quello stesso turbamento, uscita dal cinema, dopo aver visto La scelta di Anne, il bellissimo film tratto dal romanzo. Mi attendeva una sfida importante, diciamo.
Lavorando ai tagli, mi era chiaro che le considerazioni metaletterarie, le riflessioni sul linguaggio per raccontare quell’esperienza, dovevano essere sacrificate. Ma non erano tagli qualunque, che cestini forse con rammarico, ci ritorni sopra un momento e poi vai avanti. No, quei passaggi non servivano “solo” a dare un respiro a lettrici e a lettori, né erano “solo” materiale utile per una scuola di scrittura creativa. Le indicazioni per la mia interpretazione erano lì! Dovevano essere assorbiti e interiorizzati, per restare fedele alle intenzioni dell’autrice. Un’autrice che, ricordiamolo, sin dall’esordio con Gli armadi vuoti, aveva scritto di quella sua “esperienza umana totale”. Se con L’evento ci era tornata sopra, era certamente per un atto di denuncia sociale ma era forse anche per dare una forma definitiva al trauma attraversato.
E quella era una forma che raggelava un materiale incandescente… Mi sembrava un’impresa restare ancorata a quel linguaggio affilato, tenere quella lucidità, quella freddezza a lungo e dal vivo. Non avere mai cedimenti di tipo sentimentale. Al contrario impugnare saldamente, dall’inizio alla fine, una lama acuminata. Comprimere il tutto, e allo stesso tempo tenere l’attenzione del pubblico, affascinarlo. Eppure, così doveva essere. E così, con mia stessa sorpresa, è stato.
C’è da dire che la decompressione infine giunge, quando neanche te l’aspetti più, in un dénouement così caldo e così umano. Non facciamo spoiler, e invitiamo piuttosto a leggere questo straordinario memoir. Chiudo solo dicendo che, alla mia lettura, c’era chi piangeva. E quelle lacrime mi hanno ripagata di uno sforzo che, da interprete, raramente mi è capitato di dover fare. Grazie.
In base alla tua esperienza, quale impatto ha la trasposizione teatrale di un testo di Annie Ernaux? Pensi che il passaggio dal libro alla scena possa amplificare il messaggio, un po’ come sta accadendo con gli adattamenti cinematografici delle sue opere?
Il cinema sicuramente può farlo in modo significativo. Molta gente, dopo il nostro spettacolo, ci ha detto di aver conosciuto Ernaux grazie a La scelta di Anne. E di essere venuta a teatro proprio perché avevano amato quel film. La stessa Ernaux ha realizzato, con uno dei suoi figli, il documentario I miei anni Super 8 e più di recente, con la regista Claire Simon, Écrire la vie, che ancora non ho visto. Non so invece di un suo coinvolgimento in trasposizioni teatrali della sua opera.
Restiamo un po’ soprese, le mie colleghe ed io, perché, quando parliamo del nostro spettacolo, poche persone hanno sentito nominare questa autrice. Non siamo un popolo di grandi lettori, si sa. Ma lei ha vinto il Nobel! Comunque, a me piace molto pensare di dare un contributo, anche se piccolo, alla diffusione del suo lavoro. La gente che vede Variazioni Ernaux si dice incuriosita e manifesta l’intenzione di leggerla. E io penso allora che il mio impegno sia utile. E che anche questa intervista è un sassolino che lanciamo. Grazie allora a te, Sara, e a Ivana, che ci ha messe in contatto, e a Morel, voci dall’isola, sempre ospitale. Un saluto a chi vorrà leggerci. A fine novembre aspettiamo al Teatro di Villa Lazzaroni chi di voi sarà a Roma. Tu ed Ernaux già siete invitate!
Luca Lattanzi su Media & Sipario
Dopo un applaudito debutto “festivaliero”, le Variazioni si spostano al Teatro della Tosse di Genova
Lo spettacolo è nato dall’immersione delle tre protagoniste (Francesca Fava, Arianna Ninchi e Anna Paola Vellaccio, quest’ultima anche regista) nella scrittura essenziale, potente e viscerale di Annie Ernaux, premio Nobel per la Letteratura 2022 con la seguente motivazione: “per il coraggio e l’acutezza clinica con cui ha svelato le radici, gli straniamenti e i vincoli collettivi della memoria personale”.
Primo esito di questo studio appassionato, nell’aprile 2023, un ciclo di letture sceniche a tre voci al Teatro Vascello di Roma, per la rassegna Curiosità letterarie, in cui è stato restituito l’io intimo dell’autrice attraverso passaggi significativi da dieci suoi romanzi. Successivamente, nel 2024, al Florian Metateatro di Pescara, il progetto si è sviluppato in scrittura scenica focalizzandosi su tre libri: La donna gelata (2021), Passione semplice (2013), Il Ragazzo (2022). Ne è emersa una biografia sentimentale, segreta e tormentata, una sorta di confessione, che racconta l’innamoramento congelato nel matrimonio (Arianna Ninchi), la dipendenza amorosa di una nuova e struggente passione (Francesca Fava), la relazione con un giovane nella maturità della scrittrice (Anna Paola Vellaccio). Sulla scena tre età di una stessa donna che ricorda i suoi uomini, attraverso un racconto a tre voci, comunque riconducibili a un’unica persona, in rappresentanza di tante, tantissime altre.
Arianna Ninchi è la giovane studentessa che decide di mettere su casa con un coetaneo. All’innamoramento dei primi momenti si sostituisce la piattezza del quotidiano, con un marito che si rileva immediatamente poco attento e collaborativo. Il bimbo che arriverà porterà con sé una gioia che si scontra con la mancanza di stimoli personali e riconoscimenti, soprattutto in casa. Francesca Fava è la donna adulta, appassionata amante di A. Vive in attesa della sua telefonata e delle giornate passate a letto nella sua casa, fino a quando A scompare, per farsi nuovamente vivo solo dopo 2 anni. Anna Paola Vellaccio è la donna matura che decide di sfidare le convenzioni sociali e intrattiene una relazione prima sessuale poi affettiva con un ragazzo di 30 anni più giovane.
Tre diverse modalità per affrontare un unico problema – la scarsa “attenzione” del maschile verso il femminile – che non sembra trovare soluzione, ma che spesso, troppo, sfocia in tragedie talmente ravvicinate l’una all’altra da costituire una facile e preoccupante assuefazione.
Davide Sannia su KLP – Krapp’s Last Post
È la sala Dino Campana del Teatro della Tosse di Genova, più intima e sperimentale, ad accogliere “Variazioni Ernaux – Je me souviens trois hommes”.
In scena tre donne, Francesca Fava, Arianna Ninchi e Anna Paola Vellaccio, che firmano anche la drammaturgia (e Vellaccio la regia), interpretano la stessa protagonista in diversi momenti della sua vita. L’intento è di traslare alcuni testi autobiografici di Annie Ernaux, Nobel per la Letteratura nel 2022, in una dimensione teatrale. Una sorta di palinsesto emotivo dove le tracce si sovrappongono, sfuggono e poi riaffiorano in forme inedite. Ogni interprete dà quindi vita ad un monologo che si interrompe per lasciare spazio a quello dell’altra, creando così un racconto non lineare ma che si costruisce poco a poco, rendendoci poi chiara la storia complessiva.
La scena, essenziale, mostra tre ambienti interni che vengono utilizzati da quasi tutti i personaggi. Sulla destra del pubblico un tavolo con alcune sedie e una lampada, al centro un letto e a sinistra un tavolino con una poltrona. Lo stile è anni 60/70. Anche gli abiti delle attrici sono coerenti con la scena che occupano.
Incontriamo così la protagonista de “La donna gelata”, intenta a svelare il graduale indurimento interiore che, con il passare del tempo, la imprigiona in un ruolo domestico che la spegne lentamente. La celebre autrice francese traccia il percorso di una giovane piena di slancio e autonomia, che viene poco a poco soffocata dal peso invisibile delle aspettative sociali. Il matrimonio e la maternità diventano gabbie di vetro, dentro le quali la protagonista assiste impotente al congelamento della propria identità. È il personaggio più dinamico dei tre anche in relazione ai grandi tormenti che vive.
Lui, appena delineato da alcuni indumenti sul letto, resta una figura sfumata sullo sfondo, mentre il desiderio della protagonista diventa una forza incontenibile che domina ogni istante della sua vita. È la dipendenza dall’attesa, l’ossessione e il piacere che si intreccia con il tormento, restituendo l’intimità di un amore che non lascia spazio a nient’altro e non riesce ad esprimersi altrove se non a letto.
Il terzo monologo ci restituisce le parole di un testo più recente, “Il ragazzo”: la relazione con un giovane uomo, affrontata non solo come storia d’amore ma come esperimento emotivo e temporale.
Il ragazzo diventa la chiave per riscoprire frammenti della propria gioventù ma anche uno specchio che riflette l’inevitabile trasformazione del corpo e dell’essere donna. La differenza d’età diventa terreno fertile su cui interrogarsi intorno alla propria identità, al desiderio e alla percezione di sé attraverso gli occhi di qualcuno che ti vede con la freschezza della giovinezza. Le parole scavano in profondità nell’ambiguità di questa relazione, che risveglia nella protagonista sia la nostalgia che la consapevolezza del tempo inesorabile, lasciandola sospesa tra passato e il presente.
Seppur volutamente frammentato, il ritmo dello spettacolo risulta talvolta eccessivamente dilatato, portando a diversi momenti di stasi che rallentano la narrazione. Alcune pause in particolare si prolungano troppo, appesantendo l’esperienza complessiva. A tratti, lo spettacolo si ripete su certi temi, senza riuscire ad aggiungere nuove prospettive o sviluppi.
Sebbene l’intento sia quello di riflettere il particolare stile dei testi della Ernaux, la performance a volte risulta emotivamente trattenuta, creando una barriera fra attrici e pubblico.













